Umore buono e cattivo

 
     

 

Nel parlare comune si adopera normalmente il termine "umore" per indicare uno stato emozionale, pervasivo e protratto, riferibile ad una persona, di cui si dice che è di umore buono o meno a seconda delle manifestazioni esterne, percepibili, di tale condizione. E' ovvio che i primi ad accorgersene sono i familiari ed i compagni di lavoro.

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Nel linguaggio medico, invece, rientrando nella patologia, ci si riferisce in modo più specifico, con tale locuzione, ad uno stato emozionale eccessivo ( come vedremo ), tale cioè da influenzare completamente la vita di un individuo, sia che esso si presenti in forma di esaltazione ovvero di depressione.

Anche chi fa il medico pratico e si occupa di medicina generale, è spesso a contatto, infatti, con pazienti che presentano un temperamento definibile come "ciclotimico". Sono quei soggetti che ancora oggi, nel linguaggio popolare, sono chiamati lunatici per indicare, con questo termine del tardo latino, certe persone con carattere strano, estroso, incostante, e con umore instabile e facile ad alterarsi, quasi seguisse il variare delle fasi lunari.

Si tratta di personalità, infatti, in cui coesistono continue oscillazioni dell'umore, le quali possono variare da un lieve stato depressivo ad una condizione di vera euforia, passando, tuttavia, anche attraverso fasi di perfetta normalità. In altre parole da quello che abbiamo definito come "temperamento" si può arrivare a condizioni di maggiore gravità e durata , ad una vera situazione morbosa, cioè, in cui la flessione affettiva e lo stato di esaltazione ( mania o ipomania ) raggiungono livelli patologici. Si comprende quindi, come abbiamo già detto al'inizio, che per umore devesi intendere ogni stato emozionale prolungato ed invadente che, qualora diventi eccessivo, può alterare completamente la vita di un individuo ( e dei suoi familiari ), sia che esso si orienti verso una fase di esaltazione esagerata, sia che, all'opposto, raggiunga una grave flessione in senso depressivo.

In altre parole si tratta di una semplice variazione psico-emotiva umorale o di una vera e propria malattia dell' umore che si presentano con una opposta polarità e, per tale motivo, queste condizioni sono indicate come disturbi bipolari dell'umore. Nel primo caso si tratta dell' alternaza, o di una oscillazione, di tristezza e buonumore ( non sempre si arriva alla euforia vera e propria ), entrambi sentimenti tipicamenti umani che possono essere provati da ogni persona di fronte ad eventi o stati d'animo che possono essere in grado di provocarli. Siamo, in questo caso, ancora in un campo fisiologico o parafisiologico e, dal punto di vista del benessere psichico, sicuramente in condizioni di equilibrio. A questo proposito ricordiamo che nei ciclotimici la fase ipomaniacale è spesso assente e quella depressiva talora molto attenuata, come avviene anche nella distimia che oggi è considerata come una depressione a lungo decorso e con disturbi piuttosto ridotti.

Nel secondo caso invece si entra nel settore delle malattie bipolari vere e proprie, in cui il vissuto affettivo subisce un drastico viraggio verso l'estremo dell'euforia o verso quello delle più profonda tristezza. Ma torniamo alla malattia ciclotimica, che vorremmo tenere separata dalla ciclotimia - temperamento. Se vogliamo inquadrare, infatti, questo importante disordine patologico dovuto alla personalità affettiva cicloide, dobbiamo anzitutto informare le nostre lettrici che chi ne è affetto assiste di continuo ad un avvicendamento di periodi di intraprendenza e di iperattività ( ma non sempre ) con tempi di apatia e mancanza d'iniziativa, di ridotta necessità di sonno alternata con il desiderio di dormire a lungo, di momenti di estro e fantasia spiccata intercalati con cicli di aridità mentale e di bradipsichismo.

I mutamenti di umore, in questi pazienti, avvengono di solito improvvisamente e senza cause apparenti o riconoscibili, se si esclude una spiccata e patologica sensibilità a certi eventi esistenziali, spesso banali, per cui viene data dal soggetto una risposta emotiva sproporzionata anche ad una modesta frustrazione ricevuta o ad un fallimento insignificante. La ciclotimica ( il disturbo prevale nelle donne ) dimostra generalmente una pressante e continua necessità di approvazione e, quando questa viene a mancare, spesso la paziente si rattrista e muta di umore nel senso della tristezza e dello scoraggiamento. C'è da aggiungere anche che è stato dimostrato che la paziente ciclotimica, quando si vede improvvisamente piombare in una fase depressiva, senza potere disporre di un motivo valido che sopraggiunga a giustificare l' origine del suo stato, preferisce talvolta "creare" essa stessa una causa possibile sulla quale addossare la colpa ( dissapore familiare, banali preoccupazioni di lavoro, malessere fisico, ecc…) pur di non dover ammettere una spontanea ricorrenza cicloide della fase depressiva, che teme oltretutto per l'attenzione e la preoccupazione che verrebbe a destare nei suoi familiari, i quali potrebbero indurla ad un controllo medico - specialistico, soluzione che molti soggetti ciclotimici generalmente non desiderano, soprattutto per i riflessi, i commenti ed i giudizi che una cosa del genere potrebbe, appunto, suscitare nel loro ambientre di vita.

Ma allora come si presenta lo stile di vita di una persona ciclotimica? Possiamo dire semplicemente che si svolge tutta all' insegna della sua caratteristica fondamentale, vale a dire l'instabilità emozionale, la quale si ripercuote sull'affettività e sull'umore e causa, in tal modo, disturbi comportamentali e continui cambiamenti esistenziali. Ne conseguono, in tali pazienti, difficoltà notevoli nell' adattamento sociale, lavorativo e familiare, una certa tendenza all'improvvisazione, sia nello studio che nel lavoro, ed una frequente incapacità a concludere qualsiasi iniziativa, magari affrontata con entusiasmo in partenza, e lasciata poi perdere per apatia e svogliatezza.

Per curare la persona ciclotimica è anzitutto necessario che il paziente abbia chiara la consapevolezza della sua malattia o, in caso contrario, che ci sia almeno l'intervento dei familiari per assicurarsi che il trattamento farmacologico venga effettivamente e correttamente seguito. E' noto infatti che questi soggetti sono generalmente incostanti nella terapia e non mantengono di buon grado rapporti di buona collaborazione con il medico - specialista.

 
     
 

Noi e il nostro corpo

 
     
 

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La relazione con il nostro corpo è qualcosa di estremamente delicato. Si tende quasi a dimenticarlo quando si sta bene, mentre monopolizza tutta l'attenzione non appena qualche meccanismo si inceppa. Il corpo può essere complice (nel piacere) o nemico (quando non corrisponde all'immagine che desideriamo).

Funge da "biglietto da visita" nel rapporto con gli altri anche perché, e lo sappiamo bene, si è spesso giudicati dalle apparenze. Il corpo diventa facilmente bersaglio di frustrazioni e insoddisfazioni derivanti dal conflitto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere: spesso si diventa troppo esigenti e si finisce per disprezzarlo.

Convogliare tutte le attenzioni e le energie su aspetti legati all'esteriorità può impedire un contatto profondo con se stessi, ma cosa fare quando la nostra immagine ci rende insicuri? Come riuscire ad accettare un'imperfezione se la si considera la causa primaria di ogni infelicità?

Non sono poi moltissime le persone in grado di percepire se stesse come sono realmente: si tende spesso ad avere una visione frammentata del proprio corpo, isolandone singole parti come se non facessero parte di un insieme. Si può detestare il proprio naso ed amare le gambe o i capelli. L'immagine che abbiamo di noi può addirittura perdere ogni contatto con la realtà: una donna che pesa 40 chili può, ad esempio, continuare a vedersi grassa e soffrirne molto.

Il cosiddetto "ideale del sè" (cioè quello che inconsciamente vorremmo essere), influenza la capacità di percepire la nostra persona nella realtà. L'ideale di sé si nutre dapprima dello sguardo dei genitori e se la realtà familiare ha permesso vissuti "sufficientemente buoni" può maturare un sé tollerante, che aiuta a convivere serenamente con le imperfezioni. Ma lo sguardo deluso di un padre che ha desiderato invano che il figlio diventasse un campione in qualche sport, condizionerà il ragazzo, il quale potrebbe percepire il suo corpo goffo e inadeguato. Una madre che vive con angoscia la bellezza della propria figlia adolescente, perché costretta a fare i conti col tempo che passa e a dover prendere coscienza del cambiamento del suo corpo che invecchia, potrà rendere insicura la ragazza col suo sguardo "deluso".

L'adolescenza e l'età matura sono momenti fondamentali per la costruzione dell'immagine di sé.

Per le donne la relazione con il proprio corpo è ancora più complicata perché l'adolescente deve, nel suo percorso di crescita, affermare la propria diversità, passando dall'essere "uguale alla propria madre" all'essere "differente e unica", un percorso che può essere facilitato dallo sguardo del padre, che aiuta la costruzione dell'immagine della ragazza, riconoscendole un corpo. Il riappacificarsi con il proprio corpo è strettamente legato alla capacità di accettare la realtà, di riconoscersi come unici, di dare valore alla propria autonomia, di placare i conflitti legati allo sguardo dei nostri "genitori interni".

Come può avvenire allora questa "riconciliazione" con il proprio corpo?
A volte capita che lo sguardo di chi ci desidera ci sveli qualcosa di noi che non conoscevamo: ci fa sentire diversi, più belli, più amabili, le carezze della persona amata fanno svanire magicamente tutti i nostri difetti.

E' importante tenere sempre presente che il corpo non può essere considerato come un'entità separata dal mondo intrapsichico: ogni istante riceviamo messaggi che arrivano sotto forma di sensazioni fisiche (caldo, freddo, piacere o dolore fisico, etc.) o di sensazioni psichiche (tristezza, gioia, rabbia etc.). Un mal di testa, per esempio, potrebbe anche essere l'effetto di una rabbia soffocata, di tensioni non sciolte.

Il volto è il teatro delle nostre emozioni, i contorni più o meno rilassati degli occhi, le rughe intorno alle labbra raccontano di noi, della nostra età e soprattutto del nostro modo di accogliere il passare del tempo. Accettare i segni del tempo con serenità può essere un'impresa difficoltosa se già il rapporto con il nostro corpo è stato compromesso in precedenza. Sono molte le donne che assumono un atteggiamento di rassegnazione, bloccando così quel continuo processo di trasformazione mente-corpo grazie al quale ad una fine segue sempre una rinascita. Chi misura il proprio valore solo dagli sguardi adoranti degli altri, corre il rischio, quando questi non ci sono più, di scegliere di farsi da parte, di togliersi dal gioco, impedendo così ogni altra esplorazione di sé, di altri modi di essere: diventa impossibile scoprire un altro modo di prendersi cura di sé.

Non esiste limite di età per scoprire la propria creatività, per avere voglia di cambiare e di mettersi in discussione. Eventi come la fine di una relazione che non dava più nutrimento profondo o l'inizio di un nuovo lavoro più gratificante, possono essere, pur con tutte le comprensibili difficoltà, momenti stimolanti per cominciare una rinascita. Concentrarsi su un lifting o isolarsi dai rapporti interpersonali, sarebbero ancora una volta tentativi di voler separare, in maniera innaturale, il corpo dai vissuti interiori. L'illusione di assicurarsi l'"eterna giovinezza" rivela la difficoltà ad accettare i propri limiti e la tendenza a omologarsi a standard precostituiti.

Può un intervento di chirurgia estetica mettere davvero fine a tanti tormenti? Forse no. E' importante soprattutto ricercare altre modalità per nutrire la propria autostima, altrimenti il "ritocco" non farà stare meglio.

L'esasperata tendenza a soddisfare criteri estetici dominanti finisce per influenzare i comportamenti alimentari, non più regolati da fattori quali fame, gusto, sazietà, ma costantemente dominati dalla ragione. Si diventa giudici severi di tutto quello che si mangia, si tende a dividere il cibo in buono (tutto ciò che è ipocalorico e che fa dimagrire) e cattivo (tutto ciò che fa ingrassare). Alla forza di volontà è affidato l'onere di evitare ogni "tentazione", lasciando da parte spontaneità e naturalezza. La sensazione di poter sempre controllare il proprio peso sarebbe una dimostrazione della propria forza, ma allora come mai proprio chi cerca di controllare ossessivamente la propria alimentazione tende così spesso ad essere ansioso, irritabile e trova tanta difficoltà a concentrarsi?

In condizioni di stress, nervosismo, quando l'umore è giù, il cibo può rappresentare una sorta di "compensazione": imporsi delle restrizioni impedisce di trovare una rapida "consolazione". A questo punto, la trasgressione (rappresentata, ad esempio, da un pezzo di cioccolato divorata avidamente) genera insostenibili sensi di colpa e ulteriore bisogno di consolazione, in un perverso meccanismo che porterà a mangiare l'intera tavoletta di cioccolato.

A volte affrontare una dieta può essere necessario, ma attenzione al "fai da te".
E' fondamentale in questi casi rivolgersi ad un nutrizionista di fiducia che aiuterà ad individuare ed eliminare le cattive abitudini alimentari e, caso per caso, elaborerà diete personalizzate: magari si scoprirà che cibi considerati proibiti possono essere reinseriti nei propri pasti, con beneficio del palato e dell'umore.

Mente e corpo non sono mai divisibili, imparare ad ascoltare i bisogni autentici del proprio corpo aiuta a comprendere più profondamente se stessi.